La globalizzazione è un fenomeno, accentuatosi alla fine degli anni Novanta del XX secolo, di graduale diffusione (e relativa omologazione) su scala mondiale di modelli economici, finanziari e culturali, accentuato dalla disponibilità di mezzi di comunicazione sempre più rapidi ed efficienti e da una interconnessione sempre più articolata (con una notevole velocità di collegamento) dei sistemi informativi (in particolare delle reti telematiche e informatiche). È un fenomeno di "annullamento" del tempo e dello spazio consentito dalle nuove tecnologie della comunicazione (Internet in primo luogo) e di superamento delle barriere allo spostamento delle merci e delle persone. L'interscambio delle merci è favorito dall'immediatezza di flussi finanziari "comandati" tramite reti telematiche.
Tanto si è discusso sui rapporti tra libertà di espressione politico-culturale, appare opportuna invece una riflessione sui rapporti tra arte e globalizzazione. Per troppo tempo, infatti, si è prestata una attenzione insufficiente al potere condizionante del mercato globalizzato sulla produzione e la distribuzione artistica.
Sostenere che il pensiero creativo ha subito negli ultimi decenni una decelerazione spaventosa, dopo la spinta propulsiva dell'inizio del secolo scorso e quella a noi più vicina degli anni Cinquanta e Sessanta, significa intanto individuare una indubbia coincidenza temporale tra il delinearsi di questa crisi e lo sviluppo di quell'insieme di fenomeni economico-finanziari, politici, comunicativi, culturali e di consumo che prende il nome di globalizzazione. In questa sede il ragionamento resterà circoscritto alle arti visive, ma, si badi bene, non si tratta di una realtà isolata.
La globalizzazione, rappresenta la promessa di maggiore libertà e benessere per i cittadini di tutto il mondo, o costituisce un pericolo, perché favorisce l'omogeneizzazione culturale, l'omologazione consumista, la fine delle particolarità culturali, dell'identità dei popoli e della ricchezza delle tradizioni locali?
Il mondo dell'arte, infatti, è una specie di spioncino, un termometro capace di misurare la temperatura creativa globale e non solo quella per così dire specialistica. Ebbene questa temperatura è bassa, anzi bassissima: siamo all'ipotermia… una emergenza clinica. E non v'è dubbio che le ragioni di questa patologia vadano ricondotte, in gran parte almeno, agli effetti paralizzanti, dal punto di vista della creatività, indotti dal sistema globalizzato della comunicazione e del profitto.
Prima di elencare queste ragioni, ci pare interessante passare rapidamente in esame gli argomenti dei sostenitori ad ogni costo di questo sistema. Secondo costoro, la ragione per cui la globalizzazione sarebbe utile all'arte, quella principale almeno, risiederebbe nel fatto che la concorrenza garantita dal libero mercato internazionale assicurerebbe una selezione degli artisti e delle opere d'arte per così dire darwiniana. "Vinca il migliore insomma…". Senza parlare delle meraviglie della comunicazione on-line capace di dilatare all'infinito il perimetro dell'agorà dell'arte (un enorme stadio mediatico), garantendo una circolazione delle immagini e delle notizie critiche e di mercato che si incaricherebbe di assicurare spontaneamente il successo e la notorietà a chiunque lo meriti.
Per prima cosa, questa faccenda del darwinismo culturale, artistico e sociale è una balla grossa come una casa. Ammesso che sia una gara a dover decidere chi sia il migliore, infatti, bisognerebbe garantire a ciascun giovane artista le stesse condizioni di partenza. E questo non accade mai: quindi la gara, se c'è, è truccata.
La seconda considerazione riguarda l'effettiva libertà di cui dispone l'artista nella gestione quotidiana del suo lavoro e della sua ricerca e quindi nella possibilità di conquistare una visibilità spendibile nell'agorà mediatica. Ebbene questa libertà è veramente modesta. Chi vuole avere successo deve rispettare rigidamente le regole dettate dal sistema dell'arte contemporanea.
Il primo critico ad usare questa espressione fu Lawrence Alloway che nel 1972 pubblica su Artforum un articolo dal titolo Rete: il mondo dell'arte descritto come sistema. In Italia poco dopo Achille Bonito Oliva scriverà Arte e sistema dell'arte (De Domizio, 1975). Ma che cos'è veramente questo sistema? Si tratta di una rete internazionale di interessi e di conseguenti attività economico-speculative che mette in connessione tra loro le grandi lobbies museali (americane soprattutto, ma anche tedesche, inglesi ecc.), con le gallerie di spicco mondiale, le Case d'asta più importanti, i critici ed i collezionisti che contano. L'insieme degli interessi e delle attività di questa rete è cresciuto e si è affermato col crescere e l'affermarsi della globalizzazione. Anzi della globalizzazione il sistema dell'arte contemporanea rappresenta una delle espressioni più raffinate.
Quali le conseguenze per l'artista? Rispondiamo con le parole di Francesco Poli, autore di un interessante saggio dal titolo Il sistema dell'arte contemporanea (Laterza 1999): «Il ruolo dell'artista all'interno del sistema dell'arte appare sempre tendenzialmente subordinato a quello dei mercanti, dei direttori dei musei, dei critici e dei collezionisti in misura direttamente proporzionale alla debolezza del suo potere contrattuale, secondo l'inesorabile e cinica ragione economica». Quella che è stata definita (Enzensberger) l'«industria della coscienza» ha sull'artista, per così dire, potere di vita e di morte. C'è chi ci si è adattato benissimo, come Andy Warhol che fu il primo a teorizzare la business art, o il suo "splendido allievo", Jeff Koons (uno degli artisti attualmente più pagati negli Stati Uniti) che è solito affermare che «l'arte non consiste nel fare un quadro, ma nel venderlo».
Quindi la notorietà arriva, compatibilmente con le mode imperanti.
Ma questo accade assai raramente e solo per personaggi particolarmente capaci di nuotare nelle acque piene di squali del mercato, godendo, questo è ovvio, di protezioni efficaci.
E c'è chi si adatta poco o niente, e allora state certi che ben difficilmente arriverà il successo.
C'è ancora da valutare l'influenza della tecnologia, specie quella informatica, sull'arte, considerata sia sul versante della sua produzione che della sua fruizione. Lo sviluppo tecnologico impetuoso degli ultimi decenni ha prodotto, insieme ad indubbi benefici, trasformazioni profondissime della percezione, dell'ideazione e delle capacità creative e di critica. Il processo di espansione tecnologica è stato così rapido da occupare l'intera realtà delle relazioni umane, (cellulari).
Se si assumono queste categorie interpretative e si adattano alle mode, alle esigenze di consumatori amorfi, alla banalizzazione delle parole, delle immagini e del gusto imposto dai media.
Insieme a questa globalizzazione delle banalità, è in atto un processo analogo sul piano culturale. I grossi network irradiano la loro marmellata uniforme di notizie nelle case di tutto il mondo e la pubblicità consolida il messaggio.
Le immagini insesorabili conducono alla "McDonaldizzazione" delle culture locali, spingendo la gente a scambiare la vita reale per consumismo da spazzatura.
Il "linguaggio globale" che tutti siamo dovremmo parlare è niente più della capacità di riconoscere i marchi dei produttori di bibite ecc…
La questione cultura è preoccupante, certo, ma meglio preoccuparsi che dormire.
Altrimenti si avvererà la tristissima previsione di Milan Kundera: «L'arte sta scomparendo perché scompare il bisogno di arte e la sensibilità per l'arte». E allora attenzione: nessun dorma.
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