Gli strumenti per interpretare la fruizione dell’arte e degli spazi espositivi nell’era della globalizzazione e a fronte del melting pot culturale in cui viviamo sono: “Quando lavoriamo nell’ambito della produzione artistica, e soprattutto negli spazi espositivi, automaticamente ci poniamo in una posizione che prevede collaborazioni che vengono fuori in modo quasi naturale. Non si può non pensare che esistano – oggi più di un tempo – relazioni, interconnessioni, rapporti cercati e voluti sia in termini di metodo che di approccio alla materia e al contesto dell’arte. Se ignorassimo tali relazioni saremmo oggi ancora più sprovveduti e risibili, pertanto l’immagine della rete, il concetto di relazione insomma, ci qualifica e ci dà potenzialità specifiche, fino ad ora inimmaginabili.
D’altra parte sarebbe ingenuo non partire dalla specificità dei luoghi e da come la storia vi si è ‘addensata’, e ciò in Europa si avverte di più perché siamo in una particolare condizione, con aspetti storici sia in termini ‘materiali’ che ‘culturali’. Tuttavia, c’è una specie di rischio, una sorta di ‘pericolo’ paventato già trenta anni fa: si diceva infatti di “fare un Beaubourg” (il Pompidou, a Parigi), un modello che avrebbe dovuto essere in grado generare creatività, innovazione, originalità. Più recentemente ci sono stati anche altri modelli, proposti in modo forte dai media: pensiamo alla ‘disseminazione di antenne’, come dicono i francesi, ovvero di osservatori privilegiati in giro per il pianeta. È il caso ad esempio del Louvre, con una sede per Abu Dhabi e del Museo Guggenheim, che ha esteso la sua attività da Bilbao a Berlino, da Venezia a San Pietroburgo”.
Come considero l’idea di globalizzazione sia di contenuti sia di modelli: “Credo che la globalizzazione, se intesa come applicazione automatica di modelli, è un segno di provincialismo. Per l’Italia, ad esempio, ha generato modelli un po’ ovunque, varie biennali, triennali ed esposizioni sono spuntate in diversi paesi. Evidentemente non è esportabile come lo sono stati invece il Louvre o il Guggenheim in altri posti. Ciò significa che le cose, intendo i contenuti e i messaggi, sono legate a un luogo, a un tempo, a una concezione, a un’ideologia (pensiamo all’idea dell’imperialismo culturale, al senso della grandezza, dell’espansione). Così ognuno dovrebbe ‘testare’, cercare, costruire, maturare i propri modelli”.
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